Oriente e kimono. Donne combattenti in passerella. Un messaggio per sognare e riflettere.

Mario Dice 01

Sembra quasi di rivivere il mito del lontano Paul Poiret il quale, nel periodo della Belle Epoque, amava circondarsi di colori, profumi e sapori, sue fonti di ispirazione per vestire le tipiche odalische di Ingres. Un Oriente quindi celebrato nella sua eleganza, nel suo rigore e nella raffinatezza dell’estetica e dei caratteri.

Parentesi storica è stata quella degli anni ‘80 e ‘90 dove, apparentemente, gli orientali sembravano aver accantonato le loro tradizioni per abbracciare i jeans di Fiorucci o la musica di Michael Jackson, il tutto magistralmente accompagnato da Pepsi Cola e popcorn.

L’Oriente, però, non ci ha mai abbandonati davvero e, a poco a poco, si è insinuato nel profondo della nostra epidermide. Una cultura che si è diffusa a macchia d’olio: dall’arte al design, alla moda, all’estetica e al food. Un tripudio di ristoranti Fusion sta affollando l’Occidente del Mondo; dall’agrodolce, alla soia, fino alle verdure e al riso, siamo travolti da odori e sapori che ci fanno sognare, ma che ormai sentiamo anche quasi un po’ più nostri, Suppellettili e arredamenti che fanno parte di un ‘decor’ tipicamente giapponese vestono case dal gusto moderno e minimal chic, nell’ordine e nel rigore, nella geometria e nella neutralità dei colori. Da non dimenticare l’importanza dell’estetica legata alla bellezza e alla cura del corpo che, attraverso centri estetici, spa e saune conquista sempre più le donne. Si pensi, inoltre, alla musica e allo star system: chiaro esempio è Madonna che, nel suo nuovo tour mondiale, ha adottato costumi, scenografie e ballerini orientali, il tutto volto a rivestire suoni e note che traggono chiara ispirazione dalla cultura greco-ortodossa e bizantina.

Questo mega-trend dal gusto sopraffino ha ampiamente toccato anche l’ambito della moda, trovando oggi in Mario Dice, uno dei suoi principali esponenti.

Ed è proprio a partire dalla sua passione per l’Oriente che il designer ha sviluppato la sua ultima collezione, quella appena presentata a Milano, cioè l’inverno 2016. Al centro di tutto il Roushi Gun, ovvero un gruppo di 20 donne giapponesi desiderose di affiancare i rispettivi mariti nella guerra. Una donna decisamente forte dunque che, con la tipica compostezza nippo-cinese, invade le passerelle. Abiti metallizzati e dalle forme spigolose hanno rivestito eroine dagli occhi a mandorla; colori accesi come il blu ed il rosso hanno voluto celebrare i kimoni giapponesi, mentre abiti affusolati e dalle tinte più scure hanno sottolineato il gusto immortale e chic di quella che è da sempre loro connotazione. E poi ancora origami e giochi di forme tridimensionali a accompagnare  la luce e la travolgente sospensione onirica creata dalla sfilata, fino alla celebrazione dell’araba fenice. Una donna orientale atipica, fuori dagli schemi; non più la devota geisha ma una combattente rivoluzionaria, stanca della sottomissione e della discriminazione sessuale. Una donna in cui, in qualche modo, ci si rispecchia anche in Occidente, dove il genere femminile dice ogni giorno STOP alla violenza, alla discriminazione, al sopruso, all’essere considerato passibile di essere calpestato.

A conclusione della sfilata, una flebile manciata di fiori di loto vagano nel silenzio di una passerella. Perché anche la moda, oltre a far vendere e a far sognare, può fare riflettere.

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