Francesca Chaoqui non finisce mai di stupirci

chaoquiLo ammetto, mi infastidisce abbastanza, come donna, chi esibisce la gravidanza nei social network o in televisione. Pancioni sotto abiti trasparenti e foto di semi-nudi d’autore, mi ispirano francamente molto poco, ma ognuno è libero di vivere come crede, anche mediaticamente, la propria pancia. E poi la nascita di un bambino è una tale gioia che, per carità, difendiamo le belle notizie. Quello che invece mi fa inorridire, è l’uso strumentale del nascituro, o meglio delle radiografie del piccolino, esibite per altri fini.

Su questo, ho un moto di stizza. Sto pensando alla foto postata qualche giorno fa da Francesca Chaoqui, nota alle cronache per l’inchiesta Vatileaks 2, che per giustificare la sua assenza alla Stazione Leopolda al grande raduno del PD – assenza? Perché? Qualcuno l’avrebbe voluta li?- ha pensato bene di sbandierare sui social l’ecografia della sua creatura, che le avrebbe impedito di muoversi da casa. Io di solito ho una grande empatia con le donne, ma in questo caso proprio non ci riesco. In questi mesi il suo uso spregiudicato delle parole, anzi delle parolacce, delle immagini, la strumentalizzazione della sua gravidanza, mi deprimono. E comunque la Chaoqui, al centro delle polemiche per la fuga di notizie dal Vaticano, di castronerie ne ha dette e fatte tante da far inorridire chiunque di buon senso. Non voglio ripetere i wazzup già pubblicati da “La Repubblica”, volgari e beceri, scambiatisi con Monsignor Vallejo Balda, con cui gli procura una donna “per trombare”, né ripensare ai suoi sproloqui a ” Le Iene”, perché vorrei alzare il livello della discussione.

La signora Chaoqui ha dichiarato che in caso di condanna nel processo cosi detto Vatileaks 2, che la vede imputata per sottrazione e divulgazione di documenti riservati si dichiarerà prigioniero politico e chiederà di scontare la pena nelle carceri vaticane. Scorrendo indietro nel tempo, l’uso di questa parola mi riporta agli anni ’70 e ’80, dove il termine “prigioniero politico” veniva usato per lo più dagli appartenenti alle frange estremiste, sia di destra che di sinistra, durante il periodo stragista che animò la lotta armata contro lo Stato. Era questa l’ammaliante parola ideologica che spesso ha unito i sovversivi dell’epoca, portatori di idee rivoluzionarie e di efferati crimini che hanno sconvolto l’Italia di quegli anni. Anni “di piombo”, appunto.

Ho avuto modo di documentarmi, anche se non è mai abbastanza, di leggere le risposte alle incalzanti domande di Sergio Zavoli, rivolte a gente come Moretti, Sergio Segio, Silveria Russo ed altri ancora. I temi discussi erano il proletariato, la lotta di classe, la gestione della clandestinità, l’ideologia. Ancora oggi è utile ribadire che i terroristi, che hanno causato dolori e sofferenze alle famiglie delle tante persone uccise, hanno giustamente subito condanne esemplari, tuttavia risulta a dir poco imbarazzante che la parola “PRIGIONIERO POLITICO” sia connessa ad una storia torbida e misera di  “inviti a scopare” tra una “religiosa” ragazza  poco più che trentenne ed un prete per una vicenda che nulla ha di sentito ed autentico se non uno scadimento purtroppo non solo verbale dei figuranti in scena. Posso solo lanciare un appello alla seria e stimatissima avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Chaoqui, approfittando del Natale che è ormai alle porte, per chiederle di farci il suo regalo più grande. Vale a dire di limitare più possibile le apparizioni televisive della sua cliente/assistita che ci ha già ampiamente “deliziato” con le con le sue performance, di cui non sentiamo nessuna mancanza.

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